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Questo post sarà un po’ più lungo del solito.

Sarà per chi ha la capacità di andare oltre le prime righe, oltre il primo impulso, oltre la sbadataggine dello scroll…

Voglio parlarvi di come è nata in me la visione del Coaching, di come si è creata la convinzione che la cosiddetta “realtà dei fatti” non è altro che uno dei tanti racconti possibili che noi possiamo farci e che andranno poi a condizionare le nostre scelte, i nostri comportamenti e i nostri risultati.

Quella che vedete nell’immagine è la prima casetta in cui io e il mio primo figlio abbiamo vissuto, durante il nostro primo periodo in Kenya, in un piccolo villaggio poverissimo, chiamato Machaka: 2.300 metri di altitudine, ai piedi del Monte Kenya.

Senza corrente elettrica, senza riscaldamento (a quell’altezza non era così caldo come si può pensare solitamente dell’Africa).

L’acqua era quella del tank sul tetto, per la raccolta della pioggia, quando pioveva…

In quegli anni non sapevo cosa sarebbe successo, che ciò che stavo facendo, le decisioni che stavo prendendo avrebbero poi determinato una traiettoria precisa nella mia vita.

Soprattutto, non sapevo fosse possibile definire strategie per sfidare ciò che sembrava impossibile!!!

Dopo i primi due anni di lavoro su Progetti finanziati dall’Unione Europea, prima in Somalia poi in Kenya, il mio contratto terminò.

Io però avevo la necessità di restare in Kenya, perché nella mia vita era successo qualcosa, che non potevo, non volevo ignorare e che mi obbligava a trovare un modo per non farmi mandare via, per farmi rinnovare il permesso di soggiorno. E il solo modo era avere un lavoro.

In quel Paese, pur se bellissimo, non è davvero facile farsi assumere da qualcuno.

Mi trovai quindi a vivere lo schema che tuttora utilizzo nei percorsi di Coaching per i miei Clienti, senza avere ancora le conoscenze necessarie per chiamarlo “Coaching”.

Semplicemente, sapevo che avrei dovuto raggiungere un risultato: tangibile, misurabile, visibile!

Così, cominciai a pensare a cosa poter fare di specifico e sostenibile: un OBIETTIVO.

Poi mi informai sulle necessità strumentali, informative, economiche: RISORSE.

Una volta definito tutto questo, sapevo che avrei dovuto individuare un piano d’azione: STRATEGIA.

Infine, occorreva sapere cosa di preciso mi avrebbe detto che il mio risultato era raggiunto: INDICATORI.

Mancava ancora una cosa, in realtà già presente ma alla quale occorreva dare un nome e un volto: il PERCHÉ.

PERCHÉ VOLEVO FARE TUTTO QUESTO?

Il perché sarebbe stata la mia spinta propulsiva, di fronte alle immancabili difficoltà, alla stanchezza, alle scorrettezze di qualcuno, agli oggettivi limiti e, appunto, a ciò che anch’io consideravo “la realtà dei fatti”.

Una realtà dei fatti che vedevo sempre coperta dalle nuvole, come la cime dal Monte Kenya.

Una realtà che mi stava sconsigliando tutto e mi diceva continuamente che la mia era una sfida già persa in partenza, che ci sarei rimasto molto ma molto male, nel momento del sicuro fallimento.

Eppure ho proseguito, con la forza propulsiva di chi in quel momento si sta giocando tutto, sapendo che il potenziale premio sarebbe stato molto più grande della possibile delusione.

E, ancora di più, che in quel momento quella era la mia ragione di vita più grande!!!

Non potevo fallire.

Il mio Perché dava forma alla mia attitudine mentale ed emotiva, la forgiava quotidianamente e la prendeva per mano nei momenti di smarrimento.

La cosa incredibile fu che man mano che il mio progetto progrediva, molte persone ne vennero contaminate, si coinvolsero aiutandomi, molti mi diedero dei soldi, anche persone sconosciute.

L’energia che trasmettevo nel raccontare ciò che stavo facendo era contagiosa: tutto mi veniva incontro, dicendomi di proseguire, di insistere, senza arrendermi.

Confesso che oggi vorrei sempre ritrovare quella spinta, quella forza interiore che in quegli anni mi ha permesso di raggiungere un traguardo ritenuto impossibile, troppo al di là delle mie forze, che contrastava la realtà dei fatti…

Porto comunque con me la convinzione che impegnarsi per qualcosa che vale, di cui ci importa, ci mette nella condizione di far emergere le risorse più potenti, più adeguate e funzionali, che non possono che essere dentro di noi.

Al di là di ogni probabilità.

Girolamo

 

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